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Convento e chiesa di San Francesco (Sermoneta)

Convento e chiesa di San Francesco (Sermoneta)

L’Eremo, il Convento e la Chiesa di S. Francesco sono situati ad est, in posizione dominante e non lontano dal centro storico di Sermoneta. Sono collegati al paese dalla strada fatta eseguire nel 1917 dai prigionieri austro-ungarici sotto la direzione del tenente Boniburini di Nettuno. In una delle cappelle della Chiesa, grazie all’impegno e alla volontà di Don Edoardo Fino, fu consacrato, alla presenza delle autorità civili, ecclesiastiche e militari, il Sacrario in onore dei caduti del 1943 nelle isole dell’Egeo, del Dodecaneso ed in particolare di Rodi: la cerimonia si tenne il 25 aprile 1971.

Le trattative tra l’amministrazione comunale di Sermoneta e Don Fino per ottenere l’assegnazione dell’ex Convento Francescano iniziarono nel 1968 (con l’aiuto ed i suggerimenti di Don Camillo Manciocchi, cappellano militare dell’Aeronautica), inizialmente con il sindaco Pietrosanti, per concludersi, in seguito, con il sindaco Torelli. L’11 aprile 1970 il sindaco ed il consiglio comunale, con voto unanime, approvarono la cessione in uso perpetuo di tutto il complesso al Centro “Veritas et Amor”. L’atto notarile fu stipulato il 4 marzo 1971 con rogito del notaio Mario Orsini (n. 2463). Il Centro “Veritas et Amor”, per la ricerca dell’amicizia tra i popoli, era già stato costituito da un gruppo di reduci dell’Egeo, tra i quali Don Fino stesso, già cappellano militare della Regia Aeronautica in quelle stesse isole, e l’ingegnere Maniconi e riconosciuto in seguito dal Presidente della Repubblica con decreto n. 283 del 16 maggio1975.

L’idea della realizzazione del Tempio Votivo e Sacrario per i caduti di Rodi e dell’Egeo per ricordarne  le 15.000 vittime viene raccontata dallo stesso Don Fino nella sua guida di Sermoneta Tesori d’arte memoria d’eroi (Latina 1980): «L’idea di un Tempio votivo per i 15.000 caduti e dispersi nel Dodecaneso ebbe inizio con un voto che espressi sul campo di battaglia di Rodi, e precisamente a Maritza, quando nel novembre 1943, scampato miracolosamente e sopravvissuto all’immane tragedia, promisi a quei poveri figli caduti accanto a me che, se fossi tornato in Patria, avrei eternato la memoria del loro sacrificio».

Questi stessi tragici eventi che hanno coinvolto molti militari italiani dopo l’armistizio di Cassibile del 3 settembre, dichiarato l’8 dal Gen. Badoglio, sono raccontati da Don Fino nel libro La tragedia di Rodi e dell’Egeo (Ed. Assegeo, Milano 1963)

Attualmente e da anni tutto questo è abbandonato insieme alla chiesa e al campanile, che sono di competenza e affidamento del Ministero degli Interni, tramite il Fondo Edifici di Culto (FEC) della Prefettura di Latina. Il convento, il chiostro, il dormitorio ed il refettorio sono, a loro volta, di proprietà demaniale e affidati al comune di Sermoneta. Ambedue sono luoghi suggestivi e importanti che conservano ancora tanta bellezza, per la posizione, per il rapporto con il bosco retrostante e per le opere conservate. La storia recente dell’Eremo nel complesso è costellata da una serie di progetti fallimentari che hanno inciso gravemente sulle strutture e che minacciano di distruggerle, nonostante l’amministrazione comunale di Sermoneta chiese ed ottenne i fondi del Giubileo del 2000 per la realizzazione di un ostello, progetto ben presto naufragato per il non completamento dei lavori, causando innumerevoli problemi.

L’origine e le date della costruzione sono incerte. Si ipotizza che l’attuale convento sia stato in origine un fortilizio dei Templari, sappiamo per certo che nel 1420 era abitato dai Fraticelli Francescani, allontanati in quell’anno per intervento diretto di S. Bernardino da Siena. Fu affidato ai Minori Osservanti nel 1495, come sappiamo dal breve di Papa Alessandro VI Borgia. La data è ricordata da una targa in legno posizionata accanto al leccio monumentale, si presume piantato dai religiosi stessi. A partire dal 1565 il complesso fu affidato ai frati riformati detti Zoccolanti, che vi si stabilirono fino al 1873, col breve intervallo dell’occupazione napoleonica in seguito alla soppressione degli ordini religiosi. Vi si stabilì nella prima metà dell’800 San Gaspare del Bufalo, mentre i Cappuccini lo abitarono dal 1912 al 1916.

Il convento presenta un interessante e grande chiostro quadrangolare coperto da volte a crociera con 28 lunette delle campate dipinte nel 1602 da Angelo Guerra di Anagni. Gli affreschi raccontano storie della vita di S. Francesco, con didascalie che ne raccontano gli episodi. Nel centro del cortile vi è un elegante pozzo, mentre sopra il porticato si affacciano le finestre delle numerose stanze del piano superiore. Sicuramente ed artisticamente importante il grande affresco raffigurante l’Ultima Cena nella parete intera del refettorio, che avrebbe bisogno di un’attenzione maggiore. Il dipinto, eseguito nel 1582, ha come modello quello dell’Oratorio del Gonfalone a Roma, per cui l’attribuzione va da Livio Agresti a Litardo Piccioli, sino all’ipotesi di affidarne l’esecuzione a Niccolò Circignani, detto il Pomarancio, e a suo figlio Antonio.

L’ingresso del convento e della chiesa si trovano nello stesso porticato, dove si trova la campana in bronzo detta dei “15 rintocchi”, che ricorda i 15.000 caduti del 1943 nelle isole nell’Egeo. La chiesa è ad unica navata, con volta a crociera molto alta, mentre le cappelle sono solo sul lato destro. Le prime due sono affrescate e l’ultima (la terza sulla destra, la più grande) accoglie, meglio dire accoglieva, il Tempio Votivo-Sacrario con posizionate tutt’intorno, illuminate da lampade votive, dodici lapidi recanti i nomi delle formazioni militari presenti nel periodo bellico nel Dodecaneso, con in alto gli stemmi a colori delle provincie italiane di allora. Una cappella che per decenni ha accompagnato il ricordo di molti famigliari dei caduti in Egeo, sempre accolti dal suo custode Don Edoardo Fino, deceduto nel 1988. Purtroppo questo luogo è ormai segnato dalle ferite del tempo, dalle intemperie e dall’incuria. L’umidità ha distrutto ogni cosa, la chiesa e le cappelle sono state private degli ornamenti, delle opere sacre e d’arte da furti ricorrenti insieme al disfacimento degli arredi e dei cimeli, mentre le infiltrazioni dal solaio stanno distruggendo gli affreschi. La cappella di S. Gregorio, annessa alla chiesa e già Museo del Dodecaneso oggi in rovina, è utilizzata da un privato per la vendita dei fiori del vicino cimitero. Tutto ciò porta a mortificare una seconda volta il ricordo di quanti hanno sofferto combattendo in quei mesi del 1943. Ancora adesso molti visitatori vorrebbero entrare in questi luoghi per apporre le firme nel libro presente in cappella come segno di presenza e comunanza. L’impossibilità di accesso e la quasi completa rovina dello stesso, sciupato completamente dall’umidità, lo rende completamente inutilizzabile.

Per una maggiore e più approfondita narrazione dell’interno della chiesa di S. Francesco si rimanda al capitolo 3 del libro di Sonia Testa Arte e Storia, L’Eremo di S. Francesco, pubblicato nel 2007. Nell’interessante volume la storica dell’arte sermonetana documenta gli affreschi delle varie cappelle e rivolge un ricordo speciale a Don Fino nella premessa.

Mario Fino e Amedeo Giustarini

 

Indirizzo

Indirizzo:

sermoneta, via san francesco

GPS:

41.5449902373766, 12.99467345533892

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