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Canale delle Acque Alte (ponte sulla via Appia)

Canale delle Acque Alte (ponte sulla via Appia)

Il ponte sull’Appia che permette di attraversare il Canale delle Acque Alte è stato realizzato durante la bonifica integrale. È un ponte a tre arcate a sesto ribassato realizzato con una tecnica che ricorda quella arcaica a bugnato.

Una lapide testimonia i restauri della Via Appia a cura del console romano Cornelio Cetego (160 a.C.), del re Teodorico (454-526 d.C.) e dei pontefici Leone X (1513-1521), Sisto V (1585- 1590) e Pio VI (1775-1799).

Il ponte delle Acque Alte segna anche il punto da cui partivano le antiche diramazioni per Castellone (Tiberia), per Norba, per Ninfa, che garantivano, negli anni in cui l’Appia era impraticabile, il passaggio a sud; infatti fino al 1781 si utilizzava tale percorso pedemontano, chiamato Strada Consolare.

Raccontando il paesaggio

Così Antonio Pennacchi in Canale Mussolini ricorda il canale omonimo:

È per questo che la prima cosa che fa il fascio è scavare al limitare nord della piana un grande canale che raccolga le acque «alte» prima che entrino in palude. Un baluardo, un confine: di qua non si passa più. E il Canale Mussolini, che parte lungo lungo fronteggiando il piede dei Lepini e poi volta a sud, a solcare il piano raccogliendo man mano il Teppia, il Fosso di Cisterna e tutti gli altri che arrivino dai Colli Albani. Lui li raggruppa tutti, poi taglia la duna quaternaria e porta ogni acqua direttamente a mare. Lei tenga presente però che quando si dice Fosso di Cisterna o anche Fosso Femminamorta, qui non si intende un fossetto come quello lungo la strada di casa sua. Questi nostri sono fiumi veri, che hanno carattere torrentizio ma portano acqua tutto l’anno – l’acqua che esce dalle sorgenti degli Albani e dei Lepini – anche nei mesi caldi e poi quando si mette a piovere diventano l’ira di Dio. Impaludavano dappertutto le ripeto, se no non c’erano mica qui le Paludi e neanche stavamo qui noi a raccontare questa storia.
È il Canale Mussolini che dà vita a tutto l’Agro e se non ci fosse lui, staremmo di nuovo tutti sott’acqua. Lei non si deve far impressionare da quel rivoletto di sei metri che dall’alto del ponte vede scorrere lì sotto d’estate. Lei lo deve vedere d’inverno o nelle grandi piene autunnali o primaverili, quando da un colmo all’altro degli argini – ottanta metri buoni di larghezza – è tutto un solo muro d’acqua rossastra torbida che scorre e s’accavalla, mulinando impetuosa e rumorosa. Mi creda, fa proprio: «Vvuuóóóuhvvvff», come quando
aprono a manetta gli scarichi del vapore alle caldaie delle fabbriche. Mille metri cubi d’acqua al secondo, durante le piene. Pensi la velocità, la quantità, la potenza. Se lei ci cade dentro, lui l’ammazza all’istante con le botte dei metri cubi d’acqua, prima ancora d’affogarla. Difatti c’è il detto, dentro i bar a Latina: «A te e il Canale Mussolini, che t’ammazzi di botte una volta o l’altra».
Ci mettemmo otto anni – dal 1928 al ‘35 – a scavare i trentuno chilometri del Canale. Ci lavorarono anche i miei zii. Quando arrivammo noi, non era stato ancora scavato per intero, ma solo la prima parte – dai monti Lepini al Fosso Moscarello – ed anche quella solo per metà, la metà di sinistra del cavo. Tutto il resto e da lì al mare lo scavarono i miei zii, insieme agli altri operai e coloni naturalmente.

 

Il ponte che permette all’Appia di superare il Canale delle Acque Alte.

[Testi e fotografie di F. Tetro e A. Saccoccio]

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41.554632775957, 12.88430960655615

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